
Spesso leggo cose davvero stravaganti.
Gli autori sarebbero anche bravi, riescono a sostenere un buon ritmo narrativo, e ciò che raccontano non è nemmeno poi così cattivo.
Li frega però la spontaneità che iniettano a forza nelle parole.
A tutti i costi vogliono risultare autentici. Scrivono come sbraiterebbero alla seconda portata della sagra del cotechino.
Arrivano addirittura a trascinare il lettore nella loro delirante scelta di disinteressarsi delle questioni ortografiche al fine di garantire genuinità e freschezza del prodotto pescato.
Io non so se questa è spontaneità.
A mio parere è follia.
Non si può arrivare in spiaggia sudati, trasandati e con le infradito al rovescio.
Anche l’afa ha la propria dignità. Anche la scrittura va rispettata come vettore di un messaggio che mettiamo in condivisione.
La scrittura ha bisogno di spontaneità guidata, di paletti entro cui contenere le nostre intemperanze quotidiane.
La nostra spontaneità deve sostenere il testo. Non il contrario.
È facile farsi prendere la mano dall’autenticità, scrivere a ruota libera, impreziosire il nostro lessico di espressioni forti e volgari.
Ma le parolacce, se non si sanno usare, è meglio non usarle. Potremmo risultare volgari. Peggio ancora, potremmo diventare banali, o addirittura la caricatura di noi stessi.
Gabriel GarcÍa Marquez scriveva che ogni uomo (o essere umano che sia) ha 3 vite, una sociale, una personale e una segreta.
Ecco, lo scrittore dovrebbe offrirsi a metà della propria vita personale. Dire quanto basta a fare intendere che sotto c’è altro, ma che non sarà rivelato mai.
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