Riccardo Valle Copy & Blog

Il mio cane mi ha insegnato a scrivere

Le parole si consumano. Quando scrivi usale con attenzione per non vuotarle di significato.

Una delle prime frasi che sentii al campo di addestramento cinofilo fu: ‘Le parole si consumano. Se chiamate continuamente i vostri cani, prima o poi smetteranno di ascoltarvi’.

Mio figlio, cioè, il mio dalmata era al guinzaglio, teso come una balestra carica, pronto a partire come un fulmine verso destinazioni ignote. Per questa precisa ragione ero lì. Per moderare le sue intemperanze adolescenziali, in quel campo autunnale, anche un po’ fangoso, fra altri genitori che ci guardavano stupiti di questa esagerata mobilitazione di energia, accompagnati da mansueti cagnolini da salotto.

Non che avessimo risolto molto con quel corso. Anzi, proprio nulla, se non rimediato qualche figuraccia, tipo fare la pipì nella ciotola dove bevevano gli altri allievi, e altre simili potenti innovazioni.

Ma sappiamo come funziona. Ciascuno ha il cane che si merita, e io mi meritavo Titto, e avevo imparato a usare poco il suo nome.

Lo conservavo prezioso. Geloso che l’uso eccessivo potesse consumarlo, usurarne il potere evocativo, agghiacciato dall’idea che lui non tornasse più quando lo avrei chiamato.

Avevo anche elaborato un sistema di richiamo in caso di pericolo estremo. Una parola chiave che conoscevamo soltanto noi. In un’organizzazione verbale a gradazione crescente di intensità, alla base sostavano parole di richiamo blando, quasi un invito a prestare sempre maggiore attenzione. Poi via via a salire, secondo un meccanismo sottrattivo di significati alternativi, parole e toni sempre più evocativi di un potenziale pericolo e della necessità di rientrare. Fino ad arrivare alla parola culmine al vertice della piramide. Quella che non prevedeva opzioni. La posta in gioco era la vita e non erano ammessi capricci né discussioni.

Quella parola possedeva un solo significato: ‘Torna ora, perché io non verrò a prenderti’.

Erano solo due sillabe di parola. Rapide come un lampo, potenti come tuono, ribaltando la nostra relazione. Non ero più io a temere di perderlo. Ora era lui a correre il rischio di perdermi e di rimanere solo.

Capitò poche volte di mettere in pratica il terribile sistema. E ogni volta, quando gli voltavo le spalle, urlando la parola, giurando a me stesso che avrei dovuto camminare veloce, lasciandolo nel pericolo e allontanarmi senza mai voltarmi, il cuore mi si fermava e riprendeva a battere solo quando lo rivedevo al mio fianco, affannato, la lingua penzoloni, ma ancora mio e salvo.

Bravissimo Titto.

Lì, potevo dire il suo nome. In quel momento, quella parola conteneva tutto il nostro mondo.

La utilizzavo poche volte al giorno. L’altra non avrei voluto pronunciarla mai. Era un concentrato di emozioni, pronta a esplodere come una stella a fine ciclo.

Due estremi. Da un lato una parola dalle mille sfumature. Dall’altra una parola con un solo e unico significato.

Cosa voglio dirti con la storia del mio cane?

Le parole si consumano, si usurano. Il loro utilizzo prolungato tende a vuotarle di significato e renderle semplici contenitori allineati lungo i nostri discorsi e i nostri post.

Usale sempre con grande attenzione e gelosia.

Le parole sono di tutti, ma quando scrivi sono esclusivamente tue.


Se ti è piaciuto questo articolo, apprezzerai ancora di più il mio Buongiorno Blogger! della domenica mattina. Parlo di scrittura, di come la scrittura può cambiarti la vita, e anche un po’ di vita.

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